A inizio del 1800 la parola
liberale significava essere favorevole al riconoscimento delle libertà
individuali e politiche.
Benjamin Constant, politico liberale
francese dell’800, affermò che la libertà doveva essere garantita
in ogni campo e concessa da una costituzione, basata sul modello
inglese, che avrebbe separato i tre poteri politici (esecutivo,
legislativo e giudiziario).
Stuart Mill discusse la teoria liberale
in maniera più approfondita. Affermò che a tutti i cittadini doveva
essere garantito un lavoro e che era opportuno fissare un salario
minimo: gli stipendi, i profitti e le condizioni dei lavoratori
sarebbero potuti migliorare con lo sviluppo della produzione e delle
tecniche lavorative. I governi assicuravano alcune funzioni
necessarie, ma il loro intervento doveva rimanere limitato per non
intaccare le libertà individuali. La forma di governo più adatta
era quella rappresentativa, nella quale tutto il popolo poteva votare
ma solamente una minoranza intellettuale e liberale gestiva la cosa
pubblica.
Successivamente l’idea liberale si
mescolò con la dottrina democratica: questo progetto fu impostato in
Inghilterra e teorizzato da Green. Egli affermava che non era
preoccupato dalle conseguenze sociali dell’industrializzazione e
non temeva l’eccessivo impoverimento delle masse operaie poiché lo
Stato sarebbe intervenuto garantendo libertà e salario minimo a
tutti.
In Francia e in Inghilterra, rette da
sistemi liberali nella seconda metà dell’800, nonostante i buoni
propositi la libertà rimaneva patrimonio di una minoranza. Il
tedesco Jellinek sostenne che lo Stato avesse dovuto garantire libertà e
diritti al cittadino il quale, però, aveva l’obbligo di partecipare alla
vita pubblica. Lo Stato non poteva invadere la libertà del cittadino
che costituiva un limite dell’autorità.
Molte critiche furono rivolte alla
dottrina liberale. Karl Marx e Michail Bakunin osservarono che i
diritti dell'uomo sostenuti dai liberali non erano universali ma
esprimevano l’esigenze di una determinata classe sociale, la
borghesia. Le classi dominanti non avrebbero mai riconosciuto a tutti
gli stessi i diritti politici ed erano pronte a rifiutare la libertà
di parola e di espressione a chi andava contro i loro interessi.
Inoltre l'eguaglianza formale proclamata dai liberali non avrebbe
avuto senso finché sarebbero rimaste enormi disuguaglianze
economiche all’interno della società. Solamente un’azione
rivoluzionaria avrebbe strappato il potere dalle mani della
borghesia.
Oggi in Italia il liberalismo è
completamente fallito con l'avvento di una classe dirigente patetica. Nel mondo i paesi liberali stanno attraversando forti
crisi, i poveri sono sempre più poveri, il lavoro è precario e i
licenziamenti sono all'ordine del giorno.
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