15 settembre 2011

Teorie e critiche al Liberalismo

A inizio del 1800 la parola liberale significava essere favorevole al riconoscimento delle libertà individuali e politiche.

Benjamin Constant, politico liberale francese dell’800, affermò che la libertà doveva essere garantita in ogni campo e concessa da una costituzione, basata sul modello inglese, che avrebbe separato i tre poteri politici (esecutivo, legislativo e giudiziario).

Stuart Mill discusse la teoria liberale in maniera più approfondita. Affermò che a tutti i cittadini doveva essere garantito un lavoro e che era opportuno fissare un salario minimo: gli stipendi, i profitti e le condizioni dei lavoratori sarebbero potuti migliorare con lo sviluppo della produzione e delle tecniche lavorative. I governi assicuravano alcune funzioni necessarie, ma il loro intervento doveva rimanere limitato per non intaccare le libertà individuali. La forma di governo più adatta era quella rappresentativa, nella quale tutto il popolo poteva votare ma solamente una minoranza intellettuale e liberale gestiva la cosa pubblica.

Successivamente l’idea liberale si mescolò con la dottrina democratica: questo progetto fu impostato in Inghilterra e teorizzato da Green. Egli affermava che non era preoccupato dalle conseguenze sociali dell’industrializzazione e non temeva l’eccessivo impoverimento delle masse operaie poiché lo Stato sarebbe intervenuto garantendo libertà e salario minimo a tutti.

In Francia e in Inghilterra, rette da sistemi liberali nella seconda metà dell’800, nonostante i buoni propositi la libertà rimaneva patrimonio di una minoranza. Il tedesco Jellinek sostenne che lo Stato avesse dovuto garantire libertà e diritti al cittadino il quale, però, aveva l’obbligo di partecipare alla vita pubblica. Lo Stato non poteva invadere la libertà del cittadino che costituiva un limite dell’autorità.

Molte critiche furono rivolte alla dottrina liberale. Karl Marx e Michail Bakunin osservarono che i diritti dell'uomo sostenuti dai liberali non erano universali ma esprimevano l’esigenze di una determinata classe sociale, la borghesia. Le classi dominanti non avrebbero mai riconosciuto a tutti gli stessi i diritti politici ed erano pronte a rifiutare la libertà di parola e di espressione a chi andava contro i loro interessi. Inoltre l'eguaglianza formale proclamata dai liberali non avrebbe avuto senso finché sarebbero rimaste enormi disuguaglianze economiche all’interno della società. Solamente un’azione rivoluzionaria avrebbe strappato il potere dalle mani della borghesia.

Oggi in Italia il liberalismo è completamente fallito con l'avvento di una classe dirigente patetica. Nel mondo i paesi liberali stanno attraversando forti crisi, i poveri sono sempre più poveri, il lavoro è precario e i licenziamenti sono all'ordine del giorno.

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